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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>G>Gaetano Francesco - Il restauro del coro ligneo della Certosa di Banda: dalla progettazione alla realizzazione*
Il coro ligneo appartenente alla chiesa di Santa Maria degli Angeli della Certosa di Banda (borgata di Villarfocchiardo, Valle di Susa, Torino) è ritenuto essere uno degli arredi liturgici più antichi in territorio piemontese. Il restauro di questo arredo ha consentito a reperire informazioni rispetto alla sua storia e datazione, a sostegno della tesi per la quale un intervento di restauro sia una fase determinante per una completa conoscenza di un’opera.
Il coro presenta diciannove sedute suddivise in quattro gruppi di stalli: due da tre sedute, uno da sei sedute e uno da sette sedute. La maggior parte delle zone dell’opera, escludendo le pedane e le strutture portanti a forma di “L”, a vista recano una decorazione pittorica a finto legno con finte filettature grigie, mentre altri elementi (i cielini, i braccioli e le decorazioni ad arco trilobato applicate ai dossali superiori) mostrano una stesura pittorica gialla con finte filettature nere ad imitazione di quelle vere presenti su alcuni cori della Valle di Susa. Il coro è composto da tavole di legno di grosse dimensioni, vincolate tramite semplici chiodi alla struttura portante a forma di “L”. Su ogni bracciolo e il suo relativo framezzo sono presenti degli scassi al fine di numerare gli elementi, suggerendo l’eventualità che l’arredo non fosse stato creato per la Certosa ma che avesse subito uno spostamento da un precedente sito (si ipotizzava la vicina Certosa di Monte Benedetto).

L’ambiente interno della chiesa mostrava evidenti danni dovuti all’interscambio con l’esterno e problematiche intrinseche alla costruzione, oltre che da una scarsa manutenzione.
Lo stato di conservazione del coro, sin dal primo sopralluogo avvenuto nel mese di dicembre del 2010, è risultato essere pessimo: erano visibili danni dettati da un attacco biotico in atto svolto sia da microrganismi fungini che da insetti xilofagi. Le zone attaccate dai funghi sono state facilmente identificate in quanto presentavano i tipici segni delle cosiddette carie (sia bruna che bianca e soffice). Inoltre, erano visibili segni di attacchi da insetti xilofagi tra i quali fori di sfarfallamento e rosume (escrementi frammisti a rosura). L’ampiezza dei fori di sfarfallamento è stata misurata tramite calibro, invece lo stereomicroscopio è stato utilizzato per l’analisi del rosume [1]. Entrambi gli studi hanno aiutato a identificare l’attacco da parte di insetti della classe degli Anobidi.

Nel semestre dal 12 ottobre 2010 al 30 marzo 2011, un Datalogger (TESTO 175 H2) è stato installato all’interno della chiesa della Certosa di Banda, in una zona che presentasse caratteristiche intermedie. Dai dati rilevati, si è potuto dedurre che tale ambiente non poteva essere considerato idoneo alla conservazione del manufatto. Si è quindi predisposto ed eseguito, previa numerazione degli elementi, lo smontaggio dell’opera ed il successivo trasporto presso il laboratori della Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro per i Beni Culturali “La Venaria Reale” (CCR). Si è scelto di svolgere questa fase nel mese di dicembre poiché il territorio piemontese presenta U.R inferiori nel periodo invernale rispetto alle altre stagioni, in modo da non causare all’opera un eccessivo stress termoigrometrico.

Lo smontaggio ha consentito di visionare delle parti precedentemente non visibili tra le quali il retro dei dossali e la struttura portante nella sua totalità. Questa operazione ha permesso di ottenere informazioni più dettagliate sia rispetto alla costruzione del manufatto che agli attacchi biotici in corso su di esso. Due tipi di legno sono stati rilevati a seguito del sezionamento ed analisi tramite stereomicroscopio di alcuni micro-prelievi: i dossali dei cielini sono composti da Abete bianco (Abies alba), i framezzi sono invece in Noce (Juglans regia). Documentazione storica ha attestato che i monaci possedessero una segheria in loco e che le specie arboree utilizzate fossero presenti nell’area. Questo ha portato a pensare che la realizzazione del coro sia stata opera dei religiosi stessi.

Una volta rimosse le decorazioni trilobate ed i framezzi, si è notato che i dossali non presentavano i segni di un precedente smontaggio, come schiacciamenti di fibra, e soprattutto precedenti chiodature. Inoltre, a differenza dei framezzi e dei braccioli, i dossali ed i cielini non presentavano segni di numerazione. Tutti questi dati hanno sollevato dubbi rispetto alla contemporaneità di questi elementi e si è valutata l’idea che i dossali fossero stati sostituiti adattando i componenti di un coro precedente. Per confermare questa tesi dei micro-campioni (<100 mg) sono stati prelevati da vari elementi (un dossale, un framezzo, un elemento strutturale a “L” ed un bracciolo) e in seguito analizzati tramite indagine al radiocarbonio[2]. Dai risultati di quest’analisi scientifica si è potuto concludere che il framezzo, il bracciolo e la struttura portante sono costituiti da legno cresciuto nel corso del Duecento con successiva esecuzione trecentesca. Invece, rimane incerta la precisa collocazione temporale dei dossali poiché i risultati delle analisi hanno indicato un lasso di tempo di datazione più ampio, suggerendo comunque un’esecuzione successiva. Vi è la possibilità che la sostituzione di questi elementi sia stata eseguita nel Quattrocento, periodo in cui Banda passò a essere da grangia a Certosa, adattando così il coro preesistente alla nuova collocazione. L’analisi al radiocarbonio supporta la tesi secondo la quale il coro sia originariamente stato costruito per la Certosa di Monte Benedetto, dalla quale i monaci si trasferirono a Banda solo alla fine del Quattrocento.

Lo smontaggio dell’intero arredo ha permesso inoltre di visionare la sua struttura portante sulla quale sono stati ritrovati numerosi insetti ancora vivi. A seguito di accurati prelievi e analisi, questi sono stati riconosciuti come Hexarthrum capitulum (Wollaston) (Famiglia Curculionidae, Ordine Coleoptera) [3]. Una volta trasportato presso i laboratori di restauro del CCR, l’arredo ha subito un ciclo di disinfestazione in atmosfera controllata (bolla anossica), seguita da una rimozione del particolato atmosferico, disinfestazione preventiva e disinfezione.

L’opera è stata poi sottoposta ad un’indagine non invasiva a fluorescenza U.V. al fine di analizzarne la finitura presente: il manufatto, irradiato da lampade a ioduri metallici a vapori di mercurio (luce con lunghezza d’onda di 365 nm), riemetteva una fluorescenza di colore verde tipica delle resine terpeniche. Poiché tale finitura risultava fortemente alterata e comprometteva la corretta lettura dell’opera, si è optato per la sua rimozione per riportare alla luce la vernice sottostante visibile mediante fluorescenza. Il primo Test di solubilità di Wolbers è stato effettuato su di un framezzo: le miscele che risultavano agire con maggior efficacia erano le LE5-6-7-8, cioè quelle che presentavano parametri di polarità idonee a disciogliere le resine naturali, confermando quindi i risultati dell’analisi a fluorescenza ultravioletta. Durante la fase di test si è potuto operativamente comprendere che la finitura alterata fosse una vernice di manutenzione, successivamente sovrapposta a quella presunta originale, anch’essa una resina terpenica. Una delle maggiori difficoltà è stata trovare delle metodologie che consentissero la solubilizzazione della vernice alterata senza danneggiare la sottostante.

A tale scopo si è operato differenziatamente mediante Solventgels additivati a chelanti, emulsioni grasse basiche e soluzioni addensate. Le fasi successive di intervento sono state progettate in collaborazione con la collega Dott.ssa Marika Forreiter, ed eseguiti dallo staff dei Laboratori del CCR.

In fase progettuale è stata ideata una struttura in alluminio anodizzato a sostegno degli elementi originali. Questa intelaiatura avrebbe creato sostanziali vantaggi, uno fra tutti gli ancoraggi mobili previsti che avrebbe vincolato gli elementi seguendone i naturali cambiamenti volumetrici. L’alluminio avrebbe reso la struttura leggera e incorruttibile e, dotandola di ruote, avrebbe favorito il trasporto e la manutenzione.

In concordanza con la Direzione Lavori, il coro è stato ricollocato presso la chiesa parrocchiale di Villarfocchiardo, dove è fruibile al pubblico e più facilmente monitorabile.
La sequenza d’interventi condotti sul coro della Certosa di Banda ha permesso di acquisire nuove informazioni sulla struttura ed elementi di discussione sul valore e l’importanza dell’intervento di restauro in quanto operazione di approfondimento conoscitivo. Infatti, le indagini condotte sull’opera hanno permesso di ottenere nuovi dati relativi sia alla realizzazione tecnica, che alla datazione degli elementi e alle varie trasformazioni a cui l’arredo è stato sottoposto nel corso del tempo.
 
 
Note
[1] L’identificazione dei campioni è stata effettuata grazie al contributo della Prof.ssa Piervittori, della Prof.ssa Fusconi (Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, Università di Torino).
[2] Le analisi al radiocarbonio sono state effettuate dal Laboratorio di Tecniche Nucleari per i Beni Culturali (LABEC) di Firenze, con il contributo del Prof. Lo Giudice del Dipartimento di Fisica dell’Ateneo di Torino.
[3] L’identificazione dei campioni è stata effettuata grazie al contributo dell’entomologo Dott. Massimo Meregalli (Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, Università di Torino).


* Tesi di Laurea Magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali conseguita presso Università degli Studi di Torino in convenzione con Centro Conservazione e Restauro dei Beni Culturali "La Venaria Reale", a.a. 2011/2012. Relatore: Massimo Ravera; Correlatori: Rosanna Piervittori, Silvia Piretta. 


Bigliografia essenziale

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Borgioli L., Camaiti M., “Stabilizzazione di polimeri per la verniciatura di dipinti”, Convegno CESMAR 7 “Colore e Conservazione”, Thiene, 2004;

Chiappini E., Liotta G., Reguzzi M.C., Battisti A., “Insetti e Restauro”, Calderini Edagricole, Bologna, 2001;

Cremonesi P., “L’uso dei solventi organici nella pulitura di opere policrome”, Ed. Il prato, Padova, 2004;

Cremonesi P., “L’uso dei tensioattivi e chelanti nella pulitura di opere policrome”, Ed. Il prato, Padova, 2005;

Damiano S., Gentile G., La Ferla A. e Piretta S., “La Fede e i Mostri” a cura di G. Romano, Fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino, Torino, 2002;

di Macco M., “Da Monte Benedetto a Banda: alcune testimonianze figurative della presenza certosina nella Valle di Susa”, in Guida alla Certosa di Monte Benedetto e al Parco dell’Orsiera-Rocciavré, CDA  di Torino& Vivalda, supplemento della Rivista della montagna N.68, Torino, 1995;

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